E vogliamo parlare del senso di smarrimento?
Ogni tanto, ma sempre più spesso, si presenta nelle giornate di tutti. Anche quello è tenuto nascosto, perché bisogna essere vincitori, non far vedere i punti deboli, non sottomettersi mai — perché il mondo è dei forti e dei furbi. E allora nascondiamo il nostro senso di insignificanza, mettiamo un sorriso bello tirato in faccia, e andiamo ad affrontare la giornata da vincitori. Ma quando si è soli, e se si ha il coraggio di guardare in fondo a se stessi, non si può negare quello che c’è dentro. Vuoto.
Questo senso di inadeguatezza ci fa pensare di essere ingrati. In fondo ho tanto da ringraziare — perché mi sento così? Possiamo essere tentati dall’illusione che, se avrò più soldi, se avrò più fama, se avrò più likes, se avrò un marito più bravo, una moglie più tranquilla, dei figli più ubbidienti, una casa migliore, un lavoro diverso, allora sì, sarò completo e felice… Eppure qualcosa non torna. Anche quando otteniamo l’ultimo desiderio di turno, la soddisfazione non dura.
Negli ultimi anni, grazie alla vetrina dei social, possiamo vedere persone che hanno tutto quello che il denaro può comprare — fama, “successo”, fans. E molte, moltissime di loro sembrano tutto, meno che equilibrate, serene e felici. Cosa ci manca? Forse siamo stati pensati per qualcosa di più grande di ciò con cui riempiamo le nostre giornate.
Stiamo tutti cercando qualcosa.
Il fisico e filosofo Blaise Pascal descrisse la sua visione così: nel cuore dell’uomo c’è una “voragine infinita”, un buco della misura di Dio. Cerchiamo felicità nelle cose limitate della vita, ma queste non potranno mai soddisfarci completamente.
Se osservi intorno a te, noterai una fintissima autosufficienza. Non pensare di esserne immune — anche io e te ci siamo dentro. Un bisogno di far vedere di non dipendere da nessuno, mi basto e basta. Ma se avessimo la sensibilità di guardare con occhi un pochino più attenti, vedremmo che questa cosa non regge. Stiamo recitando una parte che ci hanno insegnato a recitare bene, per non essere inghiottiti da questo tempo. Ma quello che vogliamo, e di cui abbiamo bisogno, è essere amati, accettati, rispettati e visti per chi siamo — non per la nostra performance o capacità. E non è detto che non lo siamo, ma questa visione sbagliata ci fa vivere con un peso. Sembra la gara del più bello, del più bravo, del più forte. Pensiamo che se facciamo sempre più e meglio, al punto di diventare indispensabili, allora saremo al sicuro. Allora saremo amati.
E torniamo a Dio. Dio.
Molte volte mi sono chiesta: se Dio esiste, com’è possibile che ci siano tante cose brutte e sbagliate nel mondo? Perché non interviene? E c’è chi lo vede come un dittatore che vuole solo darci regole e toglierci la gioia. Dicono: se Dio esistesse e fosse buono, vorrebbe vederti felice — non ci sarebbero tante proibizioni. Il mondo ci dice che tanto, ognuno ha la sua verità. In Genesi 3, quando leggiamo della caduta dell’uomo, non si tratta semplicemente di un “frutto” — che per inciso, non dice che era una mela. Il nemico insinua che Dio stia trattenendo qualcosa di buono. E la tentazione diventa credere a quella voce, credere alle proprie sensazioni, scegliendo di decidere da soli che cosa è il bene e che cosa è il male. Scegliendo di non fidarsi della parola di Dio. Ti suona familiare?
La conseguenza è immediata — e non è libertà, ma vergogna e paura. Come noi oggi, quando facciamo qualcosa che sappiamo essere sbagliata: la facciamo di nascosto, lontano da dove possono vederci, usiamo le nostre foglie di fico moderne. E quando nulla di ciò funziona, cerchiamo di incolpare qualcun altro, che non ci permette di vivere, raggiungere, diventare quello che siamo chiamati ad essere. Nel racconto, quando Dio domanda ad Adamo cosa era successo, lui incolpa la moglie. E indirettamente incolpa Dio, perché dice: la donna che tu mi hai dato. Eva incolpa il serpente. E io e te, a chi diamo la colpa?
La storia gira — ma stiamo ancora incolpando Dio. Direttamente o indirettamente. Eppure lui, che non cambia mai, così come è venuto a cercare Adamo dopo che aveva sbagliato, continua a farlo anche oggi.
Dio è venuto a cercarci. È venuto a cercare me e anche te. Dio ha amato l’umanità.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio,
perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna. ”
Giovanni 3:16
La Bibbia descrive l’uomo non solo come qualcuno che sbaglia, ma come qualcuno intrappolato dall’orgoglio, dalla paura e dall’egoismo — separato dalla fonte della vita che è Dio stesso. Un problema non soltanto morale, ma esistenziale. È come se respirassimo sempre meno aria senza capire perché. Dio non rimane lontano a vederci sprofondare. Invia il riscatto — suo unico Figlio. E Gesù accetta di venire. Entra nel nostro buio per liberarci, non per accusarci, mostrando che non è distante né contro l’umanità.
La vita di cui parla il testo non è soltanto vita dopo la morte — sai, quell’idea vaga che magari abbiamo in testa del cielo, nuvole, angioletti, che per inciso la Bibbia non descrive così. No. Quella vita che ci viene offerta è qualcosa di cui possiamo iniziare a godere qui, adesso. Prendine coscienza. Credi. Accetta. E torna a respirare dalla fonte.
E ci mostra la verità più scomoda: non bastiamo a noi stessi. Abbiamo bisogno di essere riconciliati con la fonte da cui ci siamo separati. È questo il cuore del messaggio: quella fonte non aspetta che noi la raggiungiamo — è venuta a cercarci.
Se la verità che rende liberi fosse questa, non vorresti conoscere la storia fino in fondo?
Prendi il tuo posto nella Storia.
Riferimenti biblici: Genesi 3 — Ecclesiaste 3:11 — Giovanni 3:16 — Romani 5:8






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