Nascere di nuovo

Nascere di nuovo

Nell’articolo precedente ci siamo lasciati davanti a una porta aperta: la cella è spalancata, il prezzo è stato pagato. Ma una porta aperta non basta — bisogna attraversarla. Questo articolo parla di quel passaggio. Quello che la Bibbia chiama nascere di nuovo.

Non sono figlia di Dio?

Ok. Avevo capito che Gesù era vero. E che era venuto a morire anche per me. E adesso? Adesso viene la parte più importante. Perché è vero che Gesù ha versato il prezzo per il nostro debito. Ma questo dono va ricevuto: posso aprire le mani o tenerle chiuse. Posso fidarmi o restare a distanza. Non è che la croce “non valga” senza di me — è che io posso accoglierla o respingerla. Posso rifiutare Cristo e, con lui, rifiutare di diventare figlia, figlio.

Ma come, non siamo già figli di Dio?

Siamo tutti creature di Dio — questo sì, tutti, senza eccezioni: fatti a sua immagine, amati da lui prima ancora di saperlo. Ma quando il Vangelo parla di figli, intende qualcosa di più di una condizione automatica: un dono che si riceve e una relazione che si sviluppa e continua a crescere giorno per giorno. Leggiamo:

“ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli, cioè, che credono nel suo nome,” (Giovanni 1:12)

Diventare. Riceverlo non è una formalità. È un affidamento reale. Vuole dire: sì Gesù, io credo in te e in quello che hai fatto, mi affido completamente a te.

Nascere di nuovo. Sembra troppo spirituale?

“In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3:3)

Chiariamo subito quello che non è: non è diventare super religiosi, non è fare una riforma di se stessi. Mettersi una vernice spirituale, cercare di vivere e parlare in un certo modo, comportarsi secondo un livello che abbiamo intuito essere quello richiesto da Dio. Possiamo mantenere questa facciata per un po’, ma quando succedono situazioni che ci provano davvero, quello che c’è dentro viene fuori come un fiume in piena. E quasi sempre non è nulla di buono.

Il nascere di nuovo non lo produciamo noi: è vita che si riceve dall’Alto. Però non è automatico: passa dal nostro sì, dal nostro arrenderci, dal lasciarci portare alla luce. A volte con lotte interiori, e non pochi dolori. Non sempre con le stesse emozioni per tutti, ma sempre con una direzione nuova.

Non basta essere religioso

La Bibbia ci racconta la storia di Nicodemo. Era un esperto religioso. È andato a trovare Gesù di notte, per non essere visto, per non esporsi. Aveva riconosciuto che c’era qualcosa in Gesù, vedeva i segnali, ma voleva tenersi al sicuro dal rischio di essere visto e giudicato.

Ti sei mai sentito così, non volendoti esporre riguardo alla tua fede?

Gesù lo porta al centro della questione: è necessario nascere dall’Alto, ricevere la vita, lo Spirito di Dio. Così come non possiamo produrre la vita fisica da soli, anche quella spirituale la dobbiamo ricevere. E lo Spirito soffia dove vuole, come vuole — nessuno lo può comandare. Non possiamo gestirlo noi, piegarlo ai nostri metodi. Siamo noi che entriamo nella sua dinamica, ci lasciamo plasmare. E non è caos: lo Spirito Santo non soffia per caso — porta luce su Cristo, convince, chiama, apre gli occhi.

Molto spesso lo fa proprio mentre ascoltiamo qualcuno che parla del Signore o leggiamo la Bibbia.

Nicodemo è l’esempio perfetto che nascere di nuovo non è essere religiosi o conoscere cose su Dio. È più che essere bravi, istruiti, controllati, buone persone, buoni cittadini. Si può credere di essere vicinissimi a Dio per civiltà, per mestiere o per soli riti, e lontanissimi interiormente.

La storia di Nicodemo mostra anche un processo. All’inizio è andato di nascosto a trovare Gesù. Ma andando avanti nella storia, lo troviamo in altri punti: difende Gesù di fronte ai farisei e alla fine si espone pubblicamente, onorando Gesù e prendendo parte alla sua sepoltura. Comincia nel buio, con domande e resistenza, ma poi si avvicina alla luce e tutta la direzione cambia. Quando il processo ti porta alla luce, non puoi restare lo stesso.

A volte questo processo è travolgente, da oggi a domani. A volte è più lento — con salite e anche ricadute — ma con un movimento reale verso quella direzione.

Dio smette di essere un argomento e diventa presenza

È passare da un’idea vaga su qualcuno a una vera relazione. Quando succede, lo senti in un modo molto concreto: quel vuoto che ti accompagnava smette di essere “normale”. Non sei più solo un individuo che si arrangia nel caos: scopri di essere una creatura chiamata a casa per diventare figlio. Parte viva di una famiglia con fratelli sparsi per tutta la terra.

Smetti di volerti presentare con un curriculum morale e ammetti la verità: non sei così bravo come vuoi credere e far credere, non puoi salvarti, non puoi darti vita, non puoi riempire la mancanza di scopo che a volte senti dentro. E qui arriviamo anche a una domanda che non ci facciamo mai: se un nostro sacrificio, uno sforzo umano o una buona condotta potessero bastare a salvarci, perché mai Dio avrebbe dovuto mandare Gesù?

Non è auto-miglioramento. È vita ricevuta. La Bibbia chiama questo Grazia. E proprio perché è ricevuta, non genera orgoglio: genera gratitudine. Nessuno di noi la merita. Ci è concessa solo per la benignità del Signore.

Cosa succede dopo…

Sensibilità aumentata. Sei consapevole della presenza costante di Dio. Non che prima lui non ci fosse, ma adesso sai che c’è. Questa consapevolezza ti causa un misto di sensazioni. Prima di tutto gioia — hai la certezza di aver trovato un tesoro preziosissimo. Poi gratitudine: il sentimento è di essere stato in una prigione, senza poter vedere, udire e respirare liberamente, e che qualcuno ti abbia semplicemente liberato. Timore. Non timore perché temi di essere punito per qualcosa, ma perché temi di ferire qualcuno che ami profondamente.

Detto così può sembrare che sia un’euforia continua. Non lo è. A volte è più silenzioso: è lucidità, è riflessione, è realtà. È Dio che smette di essere un’ipotesi.

Occhi nuovi per vedere il mondo che ti circonda. Sì, prima sapevi già che l’universo è bello, ma adesso guardare una semplice formica può portarti alla commozione.

E possono iniziare anche i problemi. Hai voglia di condividere con tutti quello che ti è successo. Con rarissime eccezioni, arrivano tutti alla medesima conclusione: sei uscito di testa. E hanno ragione, perché cambi modo di pensare e vedere le cose. Per chi sta vivendo il processo, è deludente constatare questo. Come fanno a non vedere quello che vedi tu? A non credere a quello che stai raccontando, alla meraviglia che hai scoperto?

E piano piano la risposta si fa chiara dentro di te…

Nello stesso modo in cui neanche tu avevi visto né creduto per tanto tempo. Ti rendi conto che non è stato grazie alla tua intelligenza e al tuo intelletto che sei riuscito a “vedere”, a trovare la libertà.

Non perché la mente non serva, ma perché da sola non apre la porta: serve luce. Eppure non siamo semplici spettatori, lasciati al buio totale. In noi c’è un senso di mancanza, un’inquietudine, un impulso a cercare qualcosa di più grande. La responsabilità non è “arrivarci da soli”, ma non spegnere quella ricerca, non zittire quello che brama dentro di noi per paura di comprometterci.

A volte ci raccontiamo: “se non conosco, non posso essere ritenuto colpevole”, o “meno so, meglio è”. Ma spesso questa non è vera ignoranza: è distanza, è rimandare, è tenere le finestre chiuse apposta per non far entrare la luce nel nostro buio. Quella prima domanda di Dio ad Adamo è ancora viva oggi. La fa anche a me e a te: “Dove sei?”

Anche Nicodemo cercava: solo che cercava di notte, al sicuro. E Gesù lo chiama alla luce.

Cambiano gli amori

Uno dei segnali più concreti non è che smetti subito di sbagliare. Sarebbe troppo facile. È che inizi a essere infastidito da situazioni che prima giustificavi; adesso ti pesano. Non solo quello che fai, ma anche i tuoi interessi mutano. Cominci a vedere ogni cosa con gli occhi del Signore. Il peccato non diventa solo “proibito”: diventa triste, perché ti separa dalla fonte. Se prima ti nascondevi, adesso cerchi luce. Se prima volevi il controllo, adesso desideri verità. Il bene non è solo dovere: diventa aria.

E poi questo nuovo, tenero e ansioso amore per Dio. Vuoi conoscerlo nel profondo, recuperare il tempo in cui eri smarrito, lontano da casa.

Certo, ci sono anche perdite. Ti racconto quello che ho perso io.

Ho perso le notti insonni. Quelle notti in cui perdevo il sonno e mi rigiravo nel letto a preoccuparmi dei mille fantasmi della vita — non le ho più. Ho perso quasi tutte le paure che avevo, e sulle altre il Signore ci sta lavorando. Ho perso la preoccupazione di raggiungere obiettivi imposti solo per stare al passo con i tempi. Ho perso il desiderio di accontentare tutti. Ho perso la paura di essere giudicata. Ho perso l’idea sbagliata che avevo su me stessa e sul mio valore. Anche alcune persone, trovandomi molto cambiata, se ne sono andate. E va bene così.

La verità è che ho continuato e continuerò sempre e comunque ad amare le persone. Ma mi sono resa conto che certi gruppi, certe conversazioni, certe cose non sono più per me. Semplice così.

Questo non significa “vita facile” o assenza di prove. Significa Presenza dentro le prove.

Ho trovato il mio posto nel mondo e la mia identità reale in Colui a immagine e somiglianza del quale sono stata creata.

E come si riceve, questa vita?

Non con una formula magica, non con un rito da eseguire alla perfezione. La Bibbia lo dice con una semplicità che quasi disarma:

“perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato;” (Romani 10:9).

Un sì detto con tutto quello che sei. Con parole tue, dove sei adesso. Dio ascolta ciò che esce dalla bocca e viene dal cuore. Non la forma.

Io ti ho raccontato che cosa ho perso io.

E tu, cosa hai da perdere?


Riferimenti biblici: Giovanni 1:12 — Giovanni 3:3-8 — Efesini 2:8-9 — 2 Corinzi 5:17 — Romani 10:9-10 — Ecclesiaste 3:11

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