Qualcuno, non qualcosa
Questo articolo poggia su Chi ha chiuso la porta? Se non l’hai letto, comincia da lì
“Qualcosa ci dev’essere…”
L’hai mai sentita questa frase? O forse l’hai già pensata?
Chi la dice sta ammettendo una cosa reale: che il mondo e le circostanze della vita sono, molte volte, difficili da spiegare. E che chiudere la faccenda è più difficile di quanto si racconti. È un’apertura.
Di solito arriva di sfuggita. A tavola, in macchina, davanti a una notizia che non si riesce a sistemare da nessuna parte. Si dice, qualcuno annuisce, si passa ad altro. E il discorso finisce lì, come se quella frase fosse una conclusione.
Non lo è. È l’inizio di una domanda che molti di noi non portano fino in fondo. Perché se davvero qualcosa ci dev’essere, allora vale la pena chiedersi che cosa sia, questo qualcosa.
Una forza non sa il tuo nome
Di solito, quando si dice “qualcosa”, si pensa a un’energia. A un ordine. A una forza che tiene insieme le cose e che, in qualche modo, rimanda indietro quello che le mandi. Qualcosa di grande, di diffuso, che non ha volto.
Il sole ti scalda. Ti ha scaldato stamattina mentre uscivi e ti scalderà domani. Ma non sa che esisti. Se esci o resti in casa, per il sole non cambia niente. Scalda te, scalda il vicino, scalda la persona più cattiva del mondo. Il sole nasce per tutti — e non è indifferenza: è che non c’è nessuno, lì dentro, a essere indifferente.
La gravità ti tiene in piedi. In questo momento ti sta tenendo attaccato al pavimento con una precisione che nessuna persona avrebbe mai. Ma non ti ama: ti trattiene. E trattiene allo stesso identico modo te, la sedia su cui sei seduto e un sasso in fondo a un fiume.
La corrente accende la casa. Non fa nessuna differenza chi sei, che giornata hai avuto, se stai festeggiando o se hai appena ricevuto la telefonata peggiore della tua vita.
Una forza dà. Ma non conosce nessuno.
Non ti chiede niente. Non ti giudica, non ti aspetta, non ti manca. Non è un difetto: è quello che una forza è.
Solo che da qui segue una cosa che nella frase non si vede subito. Se ciò che regge il mondo è una forza, regge anche te — e non saprà mai che esisti. Ti tiene al tuo posto come tiene al suo posto un sasso. Ti puoi appoggiare a una forza, ma non ci puoi parlare. Non ti può rispondere. Non ti può chiamare per nome, perché per una forza il tuo nome non è un’informazione difficile da trovare: non è niente.
Forse allora la domanda non è se là fuori ci sia qualcosa. È se quel qualcosa, qualunque cosa sia, può sapere che ci sei.
Quello che chiede l’uomo del deserto
C’è una scena antichissima che ruota intorno a questa domanda.
Un uomo è scappato dal proprio paese dopo aver ucciso qualcuno. Ora pascola le pecore del suocero nel deserto. A un certo punto si ferma davanti a un cespuglio che brucia e non si consuma.
Ma il roveto non è l’unica parte interessante. Più interessante ancora è la domanda che quell’uomo fa. Gli è appena stato detto di tornare in Egitto, e sa già che laggiù gli chiederanno chi lo manda. Così chiede il nome.
E la risposta non è la descrizione di una forza. Non gli viene spiegato che cosa tiene insieme l’universo, non gli viene detto quanta energia c’è nel fuoco che ha davanti. Gli viene detto: io sono (cfr. Esodo 3:13-14).
Io sono.
Una forza non può dire io. Può funzionare, può reggere, può travolgere, può essere immensa. Ma non può dire io, perché non c’è nessuno, là dentro, a dirlo. E chi può dire io può dire anche tu. Chi può dire io può sapere il tuo nome. E chi può dire io non è per questo meno potente di una forza: lo è di più.
Che cosa afferma il cristianesimo su questo
Qui il cristianesimo afferma qualcosa di preciso. Si può essere d’accordo o no, ma almeno si sa di che cosa si parla.
Dio, per il cristianesimo, non è l’energia dell’universo. Non è un principio astratto, non è una legge, non è una tendenza generale della realtà. È qualcuno. Conosce, vuole, sceglie, parla — e quindi lo si può ascoltare oppure ignorare, e le due cose non sono la stessa cosa.
Non coincide con il mondo. Il mondo l’ha fatto lui, e gli resta distinto: non è l’insieme delle cose, è quello senza cui le cose non ci sarebbero.
E ama. Non come un clima, non come una disposizione buona sparsa un po’ ovunque. Ama qualcuno: un amore che ha un oggetto, che si rivolge a qualcuno in particolare, che sceglie di amare — e che proprio per questo si può anche rifiutare.
Questa è l’affermazione. Non una sensazione: un’affermazione, con delle conseguenze.
Non è un qualcosa più grande
L’equivoco in cui si può cadere è pensare che la differenza fra il “qualcosa” e il Dio di cui parla la Bibbia sia di dimensioni. Non lo è. Non è che il primo sia una forza modesta e il secondo una forza enorme. Non stiamo salendo lungo la stessa scala, un gradino più su.
È una differenza di natura. Fra un’energia e qualcuno non c’è un dislivello: c’è un salto. Con una forza non puoi litigare. Non le puoi tenere il broncio. Non la puoi deludere, non ti puoi vergognare davanti a lei, non le puoi tornare davanti dopo anni di silenzio.
Con qualcuno sì. Tutto questo, con qualcuno, diventa possibile.
Ed è qui che una forza diventa così comoda. Non ci chiede niente. Non serve una relazione, non serve prendere posizione, non ci chiede di cambiare una virgola. Possiamo dire “qualcosa ci dev’essere” e continuare a vivere esattamente come prima. Resta la risposta preferita perché è l’unica che tiene la faccenda aperta senza far entrare nessuno nella nostra vita.
E forse è proprio per questo che tante volte evitiamo l’argomento e preferiamo non vedere con chiarezza.
Perché, se c’è qualcuno, prima o poi bisogna decidere che posto dargli.
Quello che resta
Forse allora la domanda va rifatta da capo. Non che cosa c’è dietro tutto questo. Ma chi.
E qui la Bibbia dice una cosa in più. Ma quello è un altro passo.
Una forza non sa il tuo nome.
Riferimenti biblici: Esodo 2:11-22 — Esodo 3:1-6 — Esodo 3:13-14 — Esodo 34:6-7 — Salmo 139 — Isaia 43:1 — Matteo 5:45 — Atti 17:24-28






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