Se Dio esiste, perché c’è il male nel mondo?
La domanda che non nasce nei libri
Questa domanda ha due versioni, e confonderle è il primo errore di quasi tutti i discorsi religiosi.
C’è la versione dei dibattiti: ordinata, filosofica — “se Dio può fermare il male e non vuole, non è buono; se vuole e non può, non è Dio” — con i suoi argomenti schierati da una parte e dall’altra. E c’è la versione che nasce nei corridoi degli ospedali, alle tre di notte, davanti a un telegiornale, accanto a una bara troppo piccola. La prima si discute. La seconda sanguina. E rispondere alla seconda con gli argomenti della prima non è apologetica: è crudeltà travestita da dottrina.
Mettiamolo in chiaro subito: se stai attraversando un dolore, questo articolo non pretende di spiegartelo. Nessun articolo può. Ma tra lo spiegare tutto e il tacere c’è una strada di mezzo: ragionare insieme, ascoltare cosa dice la Scrittura, e cercare — se non l’equazione — almeno un po’ di luce. È quella strada che proveremo a percorrere. Cominceremo dalla versione che si discute. Ma arriveremo anche all’altra — perché le ho conosciute tutte e due.
Questa domanda aveva su di me l’effetto di una porta chiusa. Non era un dubbio: era già un verdetto. A volte mi chiedevo se fosse davvero possibile, questo Dio buono che — dicevano — ci aveva creati. Poi guardavo il male, tutto il male, e non mi sembrava possibile. Quindi Dio non c’era. Caso archiviato — senza processo, come ho capito molto più tardi.
Il rovesciamento che non mi aspettavo
Poi ho incontrato un ragionamento che non ha risolto il problema. Ha fatto qualcosa di più scomodo: me lo ha rovesciato in mano.
Per dire che il mondo è pieno di male, mi serve un metro del bene. Per dire che una linea è storta, devo sapere com’è una linea dritta. E la domanda che non mi ero mai fatta era: da dove viene il mio metro?
Hai mai visto litigare due bambini piccoli? “Non è giusto!” — esce dalla loro bocca prima ancora che qualcuno abbia fatto in tempo a insegnarglielo. Quel grido di giustizia sembra nascere con noi.
Se siamo soltanto materia e caso — se l’universo è cieco e indifferente — allora il male, a rigore, non esiste. Esistono cose che non ci piacciono. Il dolore di un bambino diventa un fatto biologico, non un’ingiustizia; la crudeltà una strategia di sopravvivenza, non un abominio. Nessuna legge fisica viene infranta quando qualcuno tradisce, tortura, abbandona.
Qualcuno risponde: il metro ce lo dà la civiltà; le società, col tempo, imparano a comportarsi meglio. Ma fai caso a quella parola: meglio. Meglio rispetto a che cosa? Se la morale fosse soltanto il prodotto di ogni epoca, quando abbiamo smesso di approvare la schiavitù non saremmo migliorati: saremmo solo cambiati, come cambia la moda. E invece nessuno ne parla così. Diciamo che quelle società sbagliavano, e che noi vediamo giusto — e “vedere giusto” significa che c’era qualcosa da vedere, un metro che esisteva già, prima che lo raggiungessimo. C’è di più: quelli che hanno combattuto la schiavitù hanno giudicato sbagliata la propria civiltà, che gliela insegnava come normale. Da dove avevano preso il metro, se i metri li fabbrica la civiltà? Un metro capace di condannare la civiltà intera non può essere un suo prodotto.
Eppure nessuno riesce a vivere come se il male non esistesse. Nessuno. Davanti a certe cose non diciamo “non mi piace”: diciamo “questo non doveva succedere”. È un’altra frase, di un altro ordine. Presuppone che esista un modo in cui le cose dovrebbero essere — un ordine tradito. E un universo cieco non deve niente a nessuno.
Ecco il rovesciamento: la mia indignazione contro il male era essa stessa un indizio. Portavo dentro un metro che questo mondo, da solo, non poteva avermi dato. L’argomento del male contro Dio, per funzionare, ha bisogno esattamente di ciò che vorrebbe negare. Senza Dio il male non scompare: scompare il diritto di chiamarlo male.
“Ma allora perché non lo ferma?”
Sarebbe disonesto fermarsi qui e cantare vittoria. Perché questo ragionamento sposta il problema, non lo chiude. Resta la domanda che brucia: se Dio c’è, e vede, perché non interviene?
Una parte della risposta è davanti ai nostri occhi. Molto del male del mondo non piove dal cielo: esce dalle mani dell’umanità. E qui tocchiamo il cuore stesso di cosa significa essere amati. Dio non ha creato robot. Un amore che non puoi rifiutare non è amore — è meccanica. Se siamo liberi di amare davvero, siamo liberi anche di ferire: la stessa porta che lascia entrare la fedeltà lascia entrare il tradimento. Un Dio che ci togliesse la possibilità di fare il male ci toglierebbe, nello stesso gesto, la possibilità di amare.
C’è anche un altro dettaglio, che dimentichiamo quasi sempre quando invochiamo l’intervento di Dio. Il giudizio che chiediamo, lo immaginiamo per il male degli altri. Quello grande, quello dei telegiornali. Il nostro ci sembra di un’altra categoria: la parola che ha ferito e non abbiamo mai ritirato, la promessa lasciata cadere, l’indifferenza comoda davanti al bisogno di qualcuno, le “piccole” bugie che diciamo tutti i giorni, l’ipocrisia… Dettagli, li chiamiamo. Ma il metro di Dio non è il nostro: quelli che per noi sono dettagli, per lui sono la sua Legge. Se Dio facesse oggi, sulla terra, il giudizio completo che gli chiediamo, chi di noi resterebbe in piedi? (cfr. Salmo 130:3).
E allora quella che chiamiamo lentezza cambia faccia. La Scrittura le dà un altro nome: pazienza. Lo so che questo, davanti a tanta sofferenza, può sembrare ingiusto. Ma ascolta a chi serve questa attesa:
“Il Signore non ritarda a compiere la sua promessa: alcuni pensano che sia in ritardo, ma non è vero. Piuttosto egli è paziente con voi, perché vuole che nessuno di voi si perda e che tutti abbiate la possibilità di cambiare vita.” (2 Pietro 3:9, TILC)
Dio è amore e Dio è giudice — le due cose insieme, mai una senza l’altra. E un giudice che tarda non è un giudice distratto: è un Padre che sta ancora aspettando qualcuno. Magari aspettando me, te, le persone che amiamo.
Un pensiero ha cambiato la mia domanda più di quanto una risposta avrebbe potuto. Io chiedevo un Dio che sistemasse tutto con la forza. Ma un Dio che risolve ogni cosa con la forza non dimostrerebbe di avere ragione: dimostrerebbe soltanto di essere il più forte. E la vera posta in gioco, in questa storia, non è mai stata chi è più potente — su quello non c’è mai stato dubbio. È chi ha ragione su chi è Dio. Fin dalle prime pagine della Bibbia, nel giardino, la voce del serpente insinua esattamente questo: Dio sa, Dio trattiene, Dio ti sta negando qualcosa di buono (cfr. Genesi 3:4-5). Non è un’accusa di potenza. È un’accusa di carattere: padrone, non Padre.
E a un’accusa sul carattere la forza non risponde. Puoi schiacciare chi ti accusa. Ma cosa avresti dimostrato? A un “tu non ami davvero” si risponde in un modo solo: mostrando chi sei. A qualunque costo.
È quello che Dio ha fatto. E lo ha fatto di persona.
Quello che il cristianesimo non dice
Una confessione che chi difende la fede fa malvolentieri: il cristianesimo non ti consegna l’equazione che spiega ogni singolo dolore.
C’è un intero libro della Bibbia dedicato a quest’assenza. Giobbe perde tutto — figli, salute, casa — e per capitoli interi chiede conto a Dio con una durezza che stupisce chi crede che la fede sia sottomissione silenziosa. Poi Dio parla. E non gli consegna la spiegazione: gli consegna se stesso. Alla fine Giobbe non ottiene ragioni — ottiene di vedere Dio con i propri occhi, e gli basta (cfr. Giobbe 42:5).
Ci ho messo anni a capire perché quel finale non è una scappatoia. Poi ho pensato a un bambino piccolo prima di un’operazione. La spiegazione dei medici non potrebbe capirla nemmeno se gliela dessero, parola per parola. Quello che lo calma non è il protocollo chirurgico: è la mano della mamma nella sua. Forse certe risposte non ci vengono date perché non avremmo nemmeno gli strumenti per contenerle. Ma il Padre è lì. E sta curando. Alla versione della domanda che sanguina non si risponde con informazioni: si risponde con una presenza.
E c’è un dettaglio, nell’ultima pagina di quel libro, che quasi nessuno nota. Dio restituisce a Giobbe il doppio di tutto quello che aveva perduto: quattordicimila pecore al posto di settemila, seimila cammelli al posto di tremila. I conti tornano, raddoppiati, voce per voce. Tranne una. I figli no: dieci ne aveva perduti, dieci ne riceve (cfr. Giobbe 42:12-13). C’è chi ha visto, in quel numero non raddoppiato, una cosa che toglie il fiato: i greggi si sostituiscono, i figli no. I primi dieci non erano stati rimpiazzati — erano custoditi. E se è così, anche il conto dei figli torna doppio: solo che metà sta dall’altra parte, ad aspettarlo.
Il Dio con una cicatrice
Davanti al male del mondo, Dio non è rimasto a guardare dall’alto. È entrato. In Gesù è venuto di persona dentro la storia, e ha attraversato dal di dentro quello che attraversiamo noi: il tradimento di un amico, l’ingiustizia di un processo, la tortura, l’abbandono, la morte.
La Scrittura lo dice senza giri di parole: sulla croce Gesù ha preso su di sé tutto ciò che era nostro. Il peso del nostro male — anche di quello che chiamiamo dettagli — è caduto su di lui (cfr. Isaia 53:6). E anche tutta la distanza che avevamo messo noi: perché è il peccato a separarci da Dio — non è lui che se ne va, siamo noi a voltargli le spalle (cfr. Isaia 59:2). Quella distanza Gesù l’ha attraversata fino in fondo, perché chi si rifugia in lui non debba viverla mai più. Tutto il peccato che ci separa da Dio, pagato.
Il cristianesimo non risponde al male con una teoria. Risponde con una cicatrice.
E aggiunge un’ultima cosa, che cambia tutto: il male non è normale. Non fa parte del progetto. C’è chi dice che il male è un’illusione; chi invece lo considera una parte necessaria di come va il mondo. La Bibbia dice un’altra cosa: il mondo è stato creato buono, e il male è entrato dopo — come un intruso entra in una casa. E un intruso non è di casa: i suoi giorni sono contati.
La parola per l’altra domanda
Resta il male che nessuno ha scelto — la malattia, il disastro, il dolore senza colpevoli. Che è l’altra versione della domanda, quella che sanguina. Se è la tua, questa parte è per te.
Non ho la spiegazione completa del dolore — e non so se qualcuno, su questa terra, possa darla fino in fondo. Ma ci sono due cose che la Scrittura dice, e le dice proprio a te e a me.
La prima: verrà un giorno in cui Dio asciugherà ogni lacrima dagli occhi, e la morte non ci sarà più, né lutto, né dolore (cfr. Apocalisse 21:4). Leggi piano quel gesto. Non si asciuga la lacrima a chi non aveva il diritto di piangere. Dio non dice “non dovevi piangere”: riconosce la lacrima, la prende sul serio, e promette di essere lui, personalmente, ad asciugarla. Il tuo pianto è legittimo. È previsto. Ed è visto e contato.
“Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime nell’otre tuo; non sono registrate nel tuo libro?” (Salmo 56:8)
La seconda: nulla — nulla — resterà senza la risposta di Dio. Se questa vita fosse tutto, allora sì: il conto di certe storie non tornerebbe mai, e avrebbero ragione quelli che dicono: Dio non esiste, perché non c’è giustizia. Ma Dio non è limitato ai nostri settanta, ottanta, cento anni. Ha l’eternità intera per fare giustizia, per restituire, per guarire, per restaurare ogni cosa. Il silenzio di adesso non è un Dio senza risposta. È un Dio che non ha ancora finito.
Come i figli di Giobbe: non rimpiazzati. Custoditi.
Non ho una risposta che chiude la domanda. Ho trovato qualcosa di diverso: qualcuno dentro la domanda. Non è la fine del problema del male. Ma è un posto da cui si può guardarlo senza mentire e senza disperare.
Sai la porta che tenevo chiusa — quella del “quindi Dio non c’è”?
Ho scoperto una cosa sola: era chiusa dal mio lato.
Riferimenti biblici: Genesi 3:4-5 — Giobbe 42:5 — Giobbe 42:12-13 — Salmo 56:8 — Salmo 130:3 — Isaia 53:6 — Isaia 59:2 — 2 Pietro 3:9 — Apocalisse 21:4






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