La porta che nessuno ha mai aperto

Domenica pomeriggio.

Hai finito quello che c’era da finire. La lavatrice gira, il pranzo è passato, la sera non è ancora arrivata. Stai mettendo in fila la settimana — la spesa, gli orari da far quadrare, quella cosa da ricordare martedì — e per qualche minuto non c’è niente da fare e nessuno da ascoltare.

E arriva un pensiero che non hai chiamato tu.

Solo questo? È solo questo, la vita?

Non è una crisi. Non è tristezza. Non è quella cosa seria che ha un nome e va curata. Dura pochi secondi, forse meno. Poi il telefono suona, o l’acqua bolle, o qualcuno ti chiede dove hai messo una cosa — e torni alle tue faccende.

Solo che ci torni con qualcosa addosso. E non sapresti dire che cosa.

Il giorno dopo la settimana riparte. E se ti capita di ripensarci, puoi sempre dirti che era stanchezza. Probabilmente era anche stanchezza.

Ma la domanda era lì.

Una domanda che non dovrebbe esserci

Perché, in fondo, che cosa stai chiedendo? Non se la giornata è andata bene. Non se sei soddisfatto della tua vita. Stai chiedendo se quello che vedi è tutto quello che c’è. È una domanda molto più grande di quanto sembri.

Eppure non nasce nei momenti drammatici. Può arrivare mentre pieghi il bucato, in macchina, alla fine di una cena — quando finalmente tutti se ne sono andati e per qualche minuto non devi essere niente per nessuno. Non chiede il permesso. E non ha bisogno che tu sia religioso.

Puoi averla avuta una volta e averla lasciata cadere. Puoi averla avuta molte volte e aver imparato a non chiamarla più per nome. Puoi anche aver già deciso la risposta.

Ma avere una risposta non significa necessariamente aver esaminato la domanda.

È tutta chimica

Per quel pensiero c’è una risposta che circola, e suona più o meno così: è chimica del cervello, là fuori non c’è niente che corrisponda. È tutta chimica.

La cosa da notare è che dentro questa frase ci sono due cose diverse, e quasi mai le si separa.

La prima è vera, ed è rispettabile: quando senti qualcosa, nel tuo cervello succedono cose reali — sostanze, reazioni, neuroni che si accendono. La scienza le studia, le misura, e lo fa in modo straordinario. Nessuno ha motivo di negarlo.

La seconda è un salto: da “ci sono processi chimici coinvolti” a “non c’è nient’altro oltre a quei processi”. Sembra la stessa frase, ma non lo è. La prima è una scoperta. La seconda è una conclusione che va ben oltre la scoperta — e, per quanto possa sorprendere, la scienza in sé non l’ha mai tirata. Molti scienziati ti direbbero: sappiamo che il cervello è coinvolto in tutto quello che provi, ma come si passi dall’attività di un neurone all’esperienza di essere vivo — vedere un colore, sentire una mancanza, pensare “solo questo?” — non lo sappiamo ancora. È una domanda aperta.

Quello che è successo è un’altra cosa: quella conclusione è uscita dai laboratori, è entrata nei documentari, nelle conversazioni, nei modi di dire — e ha smesso di sembrare un’opinione. Ha cominciato a sembrare un fatto. Qualcosa che la scienza ha stabilito una volta per tutte, e che non si discute.

C’è una differenza fra quello che è stato scoperto e quello che è stato concluso a partire da lì. Quella differenza esiste, ed è grossa. Solo che quasi mai la si nota.

Cose che non stanno comode

Ci sono alcune cose che, dentro un quadro dove esiste solo ciò che si misura, non si sistemano bene. Non sono prove di niente. Ma sono fuori posto, e le cose fuori posto meritano almeno che le si guardi.

La scienza sa rispondere magnificamente a certe domande: come funziona una cellula, come si formano le stelle, che cosa succede nel cervello quando hai paura. Sono domande importanti, e le risposte che ha trovato sono straordinarie.

Ma ci sono domande di un’altra specie. Perché esiste qualcosa invece di niente. Che cos’è la coscienza. Perché certe cose ci sembrano giuste o ingiuste davvero, e non soltanto scomode. Che cosa rende una vita significativa. Non appartengono allo stesso campo, e non si risolvono con gli stessi strumenti.

E poi c’è una cosa più semplice, e forse più ostinata.

Per quel che ne sappiamo, non c’è nessun altro essere vivente che si chieda se ci sia dell’altro. La cosa strana, però, non è che la domanda esista. È che non muoia. Le puoi rispondere di no, anche con convinzione, e vivere per anni come se la faccenda fosse chiusa. E poi una domenica pomeriggio, mentre non stavi facendo niente di speciale, torna.

Una domanda a cui si è già risposto, di solito, tace.

La porta

A questo punto non resta da dare una risposta. Resta da guardare la porta.

Ho provato a fare una cosa sola, molto piccola: far notare che la porta che molti di noi danno per chiusa non l’ha chiusa nessuno. Non l’ha chiusa la scienza, che di quella porta non se ne occupa. Non l’ha chiusa un ragionamento esaminato e trovato convincente. È rimasta chiusa perché non è mai stata aperta — e le due cose non sono la stessa cosa.

“Non sapere” non equivale a “sapere che non c’è.”

Un’ultima cosa, e forse è la più scomoda. Tenerla chiusa non è una posizione neutra. Anche quella è una decisione. Decidere che non vale la pena aprire quella porta significa, in pratica, vivere come se dall’altra parte non ci fosse nulla, senza averlo davvero verificato. Ma questo non significa che le due posizioni abbiano lo stesso peso, né che il cristianesimo non possa offrire ragioni per ciò che afferma. Significa soltanto che non credere non è la stessa cosa che non aver scelto.

Perciò, non ti sto chiedendo di crederci. Ti sto chiedendo di accorgerti che una risposta, forse, l’avevi già data.

E che non ricordi quando.


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